Tra le poesie di Enea Riccardino, poeta e medico del nostro paese del secolo scorso, ce n'è una molto triste che s'intitola “Era d’autunno”.

Questa poesia si colloca nel 1918 quando nel mondo imperversava la pandemia “Spagnola” che si portò via dai 20 ai 50 milioni di morti tra i quali il padre di Enea, morto mentre correva per il paese cercando di salvare qualche vita.

Enea aveva 15 anni e la sua vita fu fortemente influenzata da questo fatto. È una poesia di una bellezza struggente che può dare un senso al periodo di grave crisi sanitaria che stiamo vicendo.

La poesia naturalmente è in dialetto chiaveranese ma è seguita dalla traduzione in italiano.

Grazie a Franco Crotta per avermi segnalato questa poesia e per il grande lavoro che, insieme al suo gruppo, sta facendo per la documentazione del dialetto chiaveranese e la traduzione delle opere di Enea Riccardino.

A l’era d’otogn

Ricordrài sempe,
L’era d’otogn,
Pieuvìa a verse
Da tanti di :
L’era d’otobèr ,
Bruta stagion .
-O, s’i podèissa
Ricordé pì ! -
E tuti ij di ,
Con un temp danà ,
Su p?r ij brich ,
Giù p’r ij sentè ,
Strach, con la frev…
Sfinì, bagnà …
A sarìa tant mèj
Nen ricordé!
L’era ‘nt ?l temp
Ëd la spagneula,
Neuvsentdisdeut,
I l’d?smentio nen:
J’era masnà ,
I ‘ndasìa a scòla ,
neuvsentdisdeut
M’arcordo ben.
‘N tute le ca
La gent a meurìa,
E daspertùt
A lo spetavo ,
‘N tuti ij canton
A lo ciamavo.
Tute le neuit,

Mentre i dumrìa
Sentìa ciamé,
’M batìa ‘l cheur:
“ Dotor , ch’a ven-a,
Prèst, a ca mia,
P?r carità
Presto ch’a meuir!”
J’era pà gnente
Ch’a lo tenèissa,
Né temp, né frev,
Né la strach?ssa!
E col pòr ’òm
’Ntava ch’a andéissa .
Che bruti temp:
Oh ! che tristèssa…
I ‘rcordrài sèmpre,
L’era ‘d otogn,
Piuvìa a verse
Da tanti di:
L’era d’otobèr,
Bruta stagiòn.
Oh! S’i podèissa,
Ricordé pì…
Ma na matìn
I sento piorè:
A l’é mìa mama...
Am ciama mi ...
Coro da chila:
“Còsa ch’a-i é?!”...
“Papà? ...Papà!...
Papà… a-i è pì!”

 

Era d’autunno

Ricorderò sempre,
era d’autunno,
pioveva a dirotto
da molti giorni:
era ottobre,
brutta stagione.
-Oh, se potessi
dimenticare!-
E tutti i giorni,
con un tempo dannato,
su per pendii rocciosi,
giù per sentieri,
stanco, con la febbre…
sfinito, bagnato…
Sarebbe molto meglio
non ricordare!
Era nel tempo
della Spagnola,
novecentodiciotto,
non lo dimentico:
ero bambino,
andavo a scuola,
novecentodiciotto
mi ricordo bene.
In tutte le case
la gente moriva,
e dappertutto
lo aspettavano,
in ogni luogo
lo chiamavano.
Tutte le notti,
mentre dormivo
sentivo chiamare,
mi batteva forte il cuore:
“Dottore venga, presto,
a casa mia,
per carità
presto che muore!”
C’era nulla
che lo tenesse,
né tempo, né febbre,
né la stanchezza!
Quel poveruomo
Bisognava che andasse.
Che brutti tempi:
Oh, che tristezza…
Ricorderò sempre,
era d’autunno,
pioveva a dirotto
da molti giorni:
era ottobre,
brutta stagione.
Oh!, se potessi
dimenticare…
Ma una mattina
sento piangere:
è la mia mamma…
chiama me…
corro da lei:
“Cosa c’è?!”…
“Papà?... Papà!...
Papà… non c’è più!”

 

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